Sette ovvero La chiavetta

di Danilo Sidari

7a

Buenavista Social Club accompagna con il suo fluido sound caraibico, i movimenti circolari estremamente sensuali tipici del Salsa, che i ballerini imprimono alle loro zone pelviche. L’atmosfera della sala da ballo è satura dell’odore dei corpi sudati e delle fantasie erotiche di chi danza e di chi guarda. Fuori nel giardino, dai capannelli dei tabagisti, sale un cicaleccio uniforme interrotto ogni tanto da una risata o da un’esclamazione allegra. Più in là qualcuno fuma altro e l’odore dolciastro galleggia in aria per qualche istante prima che la brezza notturna che spira dall’oceano lo porti via. La ghiacciaia, malgrado i notevoli sforzi prodotti da tutti noi per svuotarla, è continuamente rifornita di verdelho cileno e di un’ottima pilsner austriaca. Anche allo sprovveduto visitatore occasionale comunque, non sfuggirebbe che non si tratta che di un normale party di mezz’estate a Tamarama, a un tiro di schioppo dal centro di Sydney.

“Estabamo comentando, porque a abandonado Andrea…” canta Ibrahim Ferrer mentre la conga pesta duro, con danni rimarchevoli, sui sensi inibitori dei ballerini.

Sono in fondo alla scaletta che dalla sala del ballo porta al giardino, appoggiato alla ringhiera, una birra in una mano, nell’altra una Winfield da cui aspiro poderose boccate. Lei balla: sola! Ed io la guardo: un viso da  pubblicità Lancôme sù di un insieme dove solo le tracce minime del tanga interrompono l’armonia flessuosa del suo corpo fasciato di pelle nera.  Osservo e concupisco! Non è una donna, è un inno alla libidine!

“Estabamo comentando porque a abandonado Andrea…” ripete Ferrer, ma quasi non l’ascolto più: mi è sembrato di vederla occhieggiare da questa parte.

Istintivamente mi volto a dare un’occhiata intorno a me: nessuno nel raggio di quattro o cinque metri.

Bevo un sorso e accendo un’altra sigaretta: il livello d’adrenalina, lentamente ma inesorabilmente, sale. E’ la fase delle occhiate rubate? Spaccio la mia timidezza per indifferenza. Faccio finta di essere immerso nella conversazione sul concerto di Gelmetti all’Opera House, o sulle lettere farlocche che Ben manda al Sydney Morning Herald, o sull’ultima conquista di Gabriele Sgorlon, cioccolataio in Sydney. Intanto però io sbircio e lei…anche! Ne sono sicuro adesso: l’ho beccata già un paio di volte guardarmi di sottecchi.

Ma ce l’hai con me? Ma dai diva, guardami, cerca di realizzare: un metro e settanta scarsi, la pancetta del quarantenne e una fronte tanto ampia e ingombra che gli amici mi chiamano Punta Raisi.

Ho capito: mi vuoi “mettere in mezzo” per farti due risate! Il fatto è che mentre disquisisco così tra me e me…eccola di nuovo! Beh, anche il livello di testosterone comincia a salire, adesso. Allora stai puntando? D’accordo, confermo ciò che ho appena detto della pancetta, delle calvizie eccetera eccetera, ma se proprio guardi me, io allora guardo te! Io, se proprio insisti cara, ci sto!

Alzo il mio viso e concentro la mia attenzione su di lei e non posso fare a meno di riconsiderare con un pò di stupore il lubrico messaggio che il suo corpo propaga e con un pò di incredulità, il fatto che forse quel messaggio è diretto a me. Dieci, quindici secondi ed ecco che anche lei, dal vortice del mambo che la trascina via, trova uno spiraglio e mi guarda di nuovo. Stavolta non distolgo lo sguardo, anche a rischio che, nel caso avessi travisato il tutto, lei pensi che sono il solito pappagallo. Neppure lei, però, distoglie lo sguardo e anzi ad un certo punto mi sorride invitante. Ma è un’attimo: la danza la trascina ancora via.

Va bene, d’accordo. Del resto anch’io ho voglia di giocare! Così, sempre osservandola, inizio a pensare a come posso iniziare una conversazione con lei. Mi arrovello per poco, però. Ad un tratto, ridendo ad un qualcosa sussurrato al suo orecchio da uno dei ballerini, si stacca dal sensuale flusso della musica, fà qualche passo verso l’uscita, si affaccia appena sulla scaletta e mi dice sorridendo:

- Non ti va di ballare un pò? –

Sembrerebbe un invito! O sbaglio? Un’improvviso attacco di orsite acuta mi consiglierebbe di rifletterci, perlomeno, ma non faccio in tempo perchè, cervello anestetizzato, mi porto la mano sinistra all’altezza dello stomaco, allungo il braccio destro verso l’esterno e facendo ruotare un paio di volte il bacino, mi lancio nell’ondulare caraibico.

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Poi sulla macchina, riprendendo fiato, parliamo di noi.  Sappiamo già tutti e due cosa ci daremo più tardi e questo ci permette di dedicare più tempo a corteggiarci un pò, a intenerirci un attimo. Elettra si gode l’aria della notte che entra dal finestrino abbassato e le scompiglia i capelli riccioli e fulvi. Parliamo. Risalgo la Bondi Road verso il centro ascoltando le sue ultime gratificazioni professionali: l’hanno appena promossa capufficio presso una grande ditta di spedizioni internazionali.

- E tu cosa fai per vivere?

- Ho una dittarella di import ed export: compro oggettistica da regalo in pietra, in Italia, in Cina, in Brasile e la propongo a grossisti australiani del ramo.

Svolto sulla Birrell  e dopo un paio di isolati sulla York.  Un’altro paio di semafori e giro a sinistra, sulla via del vizio, verso il centro della City.

Oxfod Street, malgrado l’ora, è affollata e c’è traffico. Le coppie omosex femminili e maschili, passeggiano sui marciapiedi chiacchierando e ridendo, scambiandosi effusioni e, i più decisi, palpeggiandosi. Due giovani donne si baciano con trasporto protette dall’ombra dell’androne di una vecchia galleria d’arte: le guardiamo, ci guardiamo. La sua mano si appoggia sul mio ginocchio, risale verso l’inguine e una volta lì, mi palpa! Avverto subito il rimescolamento tipico di questi momenti e ad un primo momento di giustificato, se vogliamo, ma pericoloso abbandono, reagisco correggendo leggermente a sinistra la traiettoria della mia utilitaria giapponese! Poi mi faccio prendere dalla solita foga di noi Scorpioni e prima di valutare le possibili conseguenze, mi sorprendo ad affermare che, certo, mi piacerebbe farlo con due donne. Lei ritrae la mano: l’ho sparata troppo grossa?  Mi volto verso di lei lentamente, temendo di aver fatto del danno, ma il suo sorriso furbo ed enigmatico, la dice lunga su quello che le passa per la mente. Mi dà un’altra dolce strizzata, accende una  sigaretta e sorridendo mi sussurra all’orecchio:  

- Vai verso Balmain: andiamo da me! Ho una sorpresa per te che sicuramente gradirai! Vedrai che ti… – e la sua voce è soverchiata dallo schiamazzo di un gruppo di ragazzini che escono da una discoteca.

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La casa è una mansarda che si affaccia sulla baia di Sydney, con le vele dell’Opera House in lontananza, gonfie alla brezza notturna e le luci in cima ai grattacieli che offuscano la lucentezza della Southern Cross. Una piccola entrata: appendiamo i giubbotti e lei già varca la porta di quello che dev’essere il soggiorno. C’è odore di incenso al sandalo. In fondo al salone, a sinistra, si intravede nella semi-oscurità un angolo cottura con pass all’americana, un tavolo con qualche sedia e una porta a vetri che dà su di un terrazzino. Alla nostra destra, un pesante e scuro tendaggio divide a metà il salone mentre a sinistra c’è la porta del bagno.  L’afferro alle spalle e con una leggera pressione la invito a voltarsi: quando le nostre bocche si uniscono, premo le mie labbra sulle sue e poi le offro un bacio umido che lei mostra di gradire schiudendo leggermente la schiera di denti bianchi per ricambiare con abbandono. Il caleidoscopio della lussuria prende subito a girare più velocemente e come conseguenza le mie mani scendono a stringere le sue natiche e ad attirarla contro il mio bacino.

Mi spinge via dolcemente e mi trascina in bagno.  E’ il momento di svestirci, il più difficile, quello quando dentro di noi speriamo di non deludere troppo le aspettattive del nostro occasionale partner.

Sfilo la camicia e per un attimo considero perplesso le mie rotondità, ma inevitabilmente le sue, con giusto merito, finiscono per attrarre il mio sguardo.

Lei è bella - dio che bella che è - mentre piano si toglie via tutto e mi guarda con un piglio maturo, deciso, di chi sa cosa vuole e cosa è disposto a dare in cambio: è fresca, consapevole, invitante.

Finalmente anch’io, ormai quasi ipnotizzato da tutte quelle forme curvilinee e tutte al posto giusto, riesco a sfilare i boxer senza inciamparci e ci avvinghiamo l’uno all’altra: il contatto della pelle contro la pelle è dolce ed è un brivido che parte dal cervello e finisce in ogni più piccola cellula della nostra epidermide. Cerco il calore di un contatto più intimo e lei sembra per un momento cedere al mio invito, ma nuovamente mi spinge via, maliziosa adesso, e con la mano rimastale libera apre lo scroscio della doccia e mi dice:

- Roccooo!…Oh Rocco!?…Rocco dai alzati chè sono le sette e mezza!…Roccooo!!

Mi sveglio incredulo: è mia madre che mi dà il buongiorno! Non posso fare a meno, malgrado la gentilezza del caffè fumante sul comodino, di guardarla con disappunto.

- É inutile che mi guardi così – sbotta – lo sai che alle nove devi essere ad Haberfield in ufficio!

Mi esorta a bere il caffè finchè è caldo e si allontana brontolando sull’ingratitudine dei figli. Penso un attimo ad Haberfield, la Little Italy di Sydney, dove lavoro, ma è solo un attimo infatti: seguo il suo consiglio e ingollo il liquido caldo ed aromatico dopodichè decido che oggi mi farò un sickies, un giorno di malattia. Mi volto dal lato opposto facendo attenzione a non scoprirmi ed assaporando il morbido e tiepido abbraccio del piumone e l’eccitazione dovuta al sogno di prima,  e lascio che le mie palpebre ridiventino pesanti e si chiudano nuovamente. 

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Stiamo uscendo, avvinghiati, dal bagno. Avanziamo ad intervalli verso il soggiorno: un bacio ed un passo, un passaggio delle dita a risvegliare tutti i chakra, ed un’altro passo. La deliziosa sensazione di abbandono che ci viene dal poter finalmente assaporare l’intimità promessaci ci aiuta a superare gli innati pudori di due amanti alle prese con una “verde milonga”....no quella  è un’altra storia...ma si insomma la prima volta è sempre un pò un rebus al quale ci accostiamo un tantino intimiditi ma comunque impazienti di trovarne la soluzione.

Un’intrigante indovinello che ormai guida le nostre mani, le nostre bocche, i nostri ventri che sembrano trovare pace in un’ulteriore e più intima carezza e che invece si ritrovano immancabilmente ancora insoddisfatti, ancora voraci in una caccia al tesoro che sembra azzerare il nostro tempo e invece non ci ruba che qualche minuto.

Dopo qualche minuto infatti, e un campionario di ardite domande poste ai nostri sensi ed a cui i nostri sensi hanno dato altrettanto ardite risposte, la risollevo delicatamente interrompendo il suo inaspettato ma gradito omaggio, per varcare finalmente la tenda di velluto e potermi sdraiare sul letto, che già pregusto grande e molto comodo. 

Ma non ho fatto ancora in tempo ad adagiare completamente la mia occasionale accompagnatrice sulle coltri, quando inaspettata e paralizzante, la luce di un’abat-jour si accende ed illumina i nostri corpi desiderosi e leggermente sudati e sul lato opposto del letto, con mio profondo stupore,  una donna. Una splendida creatura dalla carnagione scura, sui quaranta, minuta, capelli corvini lunghi e lisci, seni turgidi, il corpo affusolato fasciato da un sari di seta che pare un inno al “vedo non vedo”: guarda Elettra con complicità. Lei ricambia il sorriso e con la voce resa rauca dall’eccitazione ci presenta:

- Piacere – faccio io.

- Piacere – replica lei e poi ridiamo tutti e tre per il naturale imbarazzo che proviamo e, come no, anche per la pruderie che ci ispira lo sviluppo che sembra doverci riservare la situazione.

Le riserve vengono presto sciolte quando dopo un breve e spiritoso racconto dell’accaduto che ci ha portato lì, Elettra viene interrotta da Mafalda, che ritornando a sedersi dopo aver messo sù della musica, inizia a palpeggiarle il seno e le chiede con finta disapprovazione:

- Cosa gli stavi facendo dietro la tenda?

La maliziosa domanda ci aiuta a rompere gli indugi: la classica goccia che fa traboccare il vaso.

Nella mia mente – non chiedetemi perchè – si materializza il salone di una scuola di ballo, il parquet lucido, le barre d’equilibrio, gli specchi e un maestro che mostra con infinita pazienza i passi da fare ed un gruppo di allievi che arrancano alla ricerca del sincronismo. Dieci, cento, mille ripetizioni e prove, con le inevitabili iniziali frustrazioni che vengono rimpiazzate, via via che il feeling tra i ballerini cresce, da piccoli ma significativi progressi.

Nella mia mente ormai preda della lussuria, il grande letto è diventato quel parquet dove noi tre, i ballerini, muoviamo i primi passi, incerti ma tutt’altro che timidi, alla ricerca del sincronismo delle nostre passioni.

E quando finalmente i nostri corpi si sintonizzano sulla stessa lunghezza d’onda, inizia la danza, l’antica struggente danza. Ispirati dal sax di Stan Getz e cullati dalla voce di Joao Gilberto, diamo vita a questa nostra sconvolgente bossanova di sospiri, di incitamenti, di bacini che si protendono, di bocche fameliche, di dita curiose, di corpi che si intrecciano.

Come in una foto velata di Hamilton, assisto all’evolversi di una trama che non è nuova per nessuno di noi, ma che i nostri sensi, la nostra curiosità, il sottile piacere dell’intimità e della complicità instauratasi, impreziosiscono a dismisura.

Una trama che ci vede raggiungere estasi ben note, è vero, ma per noi rese più belle dalla matura consapevolezza di donare per il semplice gusto di farlo e dalla conseguente assoluta mancanza di egoismi. Una dolce lotta alla ricerca del primordiale che è nascosto in noi; un flusso di movenze testimoni della nostra acquisita vicinanza; una danza che ci lascia infine ansimanti, esausti ma sorridenti e prodighi di tenere carezze.

Dopo, sdraiati, fumiamo! Sorrido beffardo tra me e me, maschio in incognito, se penso che per essere stata la realizzazione di un desiderio a lungo accarezzato, dell’occasione di una volta, non me la sono cavata male!  

Mi volto verso il tavolino a lato del grande letto e vedo una sveglia: una di quelle belle sveglie kitch così in voga negli anni ’60, con la cornice di legno intarsiata, i numeri analogici e le lancette fosforescenti per la visione notturna.

- Bella quella sveglia – affermo complimentoso – ma è giusta? Che ore sono? 

Le due compagne di letto mi guardano con tenerezza ora e con voce mutuata dalla complicità appena acquisita mi rispondono all’unisono:

- Sono le otto e quaranta, Rocco! E che diamine: ti alzi o no? O vuoi farmi veramente incazzare stamattina eh? Non farmi parlar male che sono una donna di una certa età ormai. Dai alzati scansafatiche, o vuoi che tiri via il piumone?

What? Come? Accidenti, mia madre di nuovo! No, il piumone no, per carità, sarebbe imbarazzante adesso! Realizzo che ormai la mia genitrice ne ha fatto una questione di principio: meglio rompere gli indugi ed alzarci! Del resto non era che un sogno, purtroppo. Che bello però: le immagini vivide, le forti emozioni di una fantasiosa, sensuale e soddisfacente avventura onirica!

- Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove vie – diceva Proust - ma nel saper vedere le cose con nuovi occhi. -

Gli “occhi del sogno” Marcel?                                                                        

[Danilo Sidari]